Il digitale nella radiofonica
Il DAB in Italia non riesce a sfondare, neppure nelle sue cosiddette "mutazioni". Cerchiamo di comprendere meglio questa tecnologia digitale che altrove è già il presente della radio. Ma chi ha fatto lo switch-off ha pagato pegno. Ce ne parla Davide Camera in "La radio oggi e domani"
Articolo realizzato da Davide Camera
https://soundcloud.com/voci-fm/radio-dab-broadcasting-streaming
In principio era l'analogico: la modulazione di ampiezza, onde lunghe, corte e soprattutto onde medie, che fino alla prima metà degli anni Settanta, ossia fino all'avvento delle radio libere in Italia hanno dominato. I transistor, spesso, avevano solo la possibilità di ascoltare in AM, e la sera poteva talvolta capitare, per un fenomeno legato alla fisica che raddoppiava la potenza delle onde elettromagnetiche, di ascoltare emittenti da luoghi molto remoti, oppure di sentire bene da altre città il Notturno Italiano della Rai che era trasmesso solo dalle frequenze di Milano e Roma, e prima da quella addirittura di Caltanissetta delle Onde Corte. Poi prese piede l'FM, che necessitava di un maggior numero di ripetitori ma che garantiva un suono molto più fedele e soprattutto la stereofonia, che in AM ancora non si poteva applicare, lo si sarebbe fatto più avanti. In realtà la modulazione di frequenza esisteva già dagli anni Cinquanta, ma il suo limite legato al fermarsi al primo ostacolo era stato un deterrente fino a quando le emittenti locali, che inizialmente non necessitavano di grandi ripetitori, avevano invece bisogno che il segnale si sentisse bene almeno nel proprio quartiere.
Entrarono così in una spirale nella quale, a un certo punto, o investi oppure chiudi. E così è successo: chi poteva investiva, gli altri chiudevano. In questo modo si è proseguito fino agli anni Duemila. Tutto è cambiato con la rivoluzione tecnologica iniziata verso la fine del secondo millennio e perfezionata nel terzo. Il digitale, che si è preso la televisione, minaccia da anni l'analogico della radio ma la modulazione di frequenza continua indefessa a resistere, costringendo gli editori a investire ancora nel settore. Tanto che in Europa non è ancora previsto uno switch-off dell'analogico, così come fatto per la tv, e chi di fatto ha provato qualcosa del genere, come la Norvegia, è rimasto totalmente deluso dai risultati, spiazzando il radioascoltatore. Anche la Svizzera ha stabilito uno switch-off in prospettiva, ma ancora è presto per trarre dei bilanci. Da anni gli editori cercano di imporre il DAB, che reca indubbi vantaggi rispetto all'FM, ora capiremo quali, ma che di fronte all'abitudine dell'ascolto tradizionale, che in radio è ancora maggioranza, fatica a prendere piede.
Il Digital Audio Broadcasting, che nel frattempo è arrivato già alla sua seconda generazione, vale a dire il DAB+ o inizialmente T-DAB, consente molte cose che in FM non si possono fare, ben più rispetto a quelle consentite in analogico dal sistema RDS, Radio Data System, che può fornire al massimo il titolo della canzone in onda e sintonizzare automaticamente l'emittente che sta fornendo informazioni sul traffico. Con il DAB, oltre a questo si possono inserire anche delle immagini e altre informazioni, persino la pubblicità. L'audio è più pulito, dato che il digitale elimina i fruscii, ma di contro il segnale è compresso e quindi non è necessariamente migliorato rispetto alla modulazione di frequenza. Comunque, la messa in onda ormai liquida, con la musica e le sigle trasmessi attraverso file audio e non più supporto fisico, di fatto spesso propone un audio compresso già in uscita dall'emittente.
Inoltre, sulla stessa frequenza, con questo sistema, come avviene con il digitale terrestre in televisione, possono essere trasmessi più canali. Che cosa, oltre all'abitudine, ha rallentato il DAB in Italia, oltre alle notizie deludenti arrivate da altri paesi del Vecchio Continente? I costi elevati dei ricevitori, la mancanza di uno switch-off, ma anche la diversità di vedute – ed è addirittura un eufemismo questo termine – tra operatori della radiofonia, Rai, editori nazionali ed editori locali, su posizioni diverse, situazione che si rispecchia anche in altre tematiche. Alla fine in Italia si è deciso di adottare il DAB+, che in teoria dovrebbe rimettere ordine nel cosiddetto Far West delle frequenze che né la legge Mammì, né la successiva Gasparri sono riuscite a fare nei decenni, limitandosi a fotografare l'esistente, e magari a porre dei paletti che hanno spinto le emittenti più piccole a chiudere, ma che di fatto non hanno risolto il problema di fondo. Nel frattempo molte radio hanno deciso di inviare il loro segnale audio anche al digitale terrestre ed al satellite.
Questo ha spinto molti ascoltatori a tralasciare il vecchio apparecchio radio domestico, e ad ascoltare spesso la radio attraverso il proprio televisore. Quindi il DTT ha preso piede come ascolto radiofonico domestico, mentre il DAB ancora non è riuscito a entrare nel cuore per quello "in movimento". Aspettando intanto di vedere gli sviluppi dei prossimi anni, e ricordando che dal 2020 in Italia le autoradio sono fornite di serie con il DAB+, diamo uno sguardo al resto del mondo. Solo negli Stati Uniti, davvero, questa tecnologia ha preso piede per la radiofonia. Nel resto dell'Europa le situazioni sono diversificate e ne parleremo meglio in un prossimo articolo, nel quale analizzeremo pregi e difetti delle diverse tecnologie utilizzate oggi per la diffusione radiofonica, ancora analogiche, oppure digitali anche via streaming utilizzando internet.









