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Sanremo e la radio

Quello 2021, al Teatro Ariston (che ancora non si è capito se sia un teatro oppure uno studio televisivo come il Teatro Delle Vittorie, che però è della Rai e viene usato solo per la tv), è un festival di Sanremo diverso, probabilmente unico, o almeno ce lo auguriamo perché a governarlo saranno i protocolli anti-pandemia. Il primo festival senza pubblico, il primo festival senza le gioiose aggregazioni in sala stampa, con i giornalisti a fare il tifo o meno per i cantanti, con risultati spesso diversi dalle preferenze del pubblico.Di questo ci parla Davide Camera in "La Radio oggi e domani"

Articolo realizzato da Davide Camera

https://soundcloud.com/voci-fm/sanremo-festival-radio-assago-covid

Sanremo è un evento come i Mondiali di calcio. Tutti vogliono dire – o non dire – la loro, spesso per farsi notare mentre nella vita si occupano d'altro e non hanno quella competenza specifica che serve per giudicare il gioco del calcio, o nel caso specifico, la musica e le interpretazioni dei cantanti. E poi, se c'è una polemica, ci si attacca e come si dice, passa la paura. Qui però parliamo di chi invece consente da sempre a Sanremo di andare in onda: certo, ci sono i direttori artistici, i conduttori, i registi... ma se non fosse per i tecnici del suono della radiofonia Rai il festival non avrebbe quella qualità sonora che invece da sempre è una sua costante. Orchestre e cantante che si fondono insieme dal vivo, in un risultato molto simile al singolo registrato in studio, che è sempre frutto di tagli, montaggi e sovrapposizioni. In diretta no, si prova tanto, sempre o quasi sempre, ma il risultato è poi quello che va in onda in diretta, in quel momento, con i suoni tarati esattamente in quel modo. Certo, aiuta molto la strumentazione, ma alla fine è sempre l'uomo a gestirla. C'è un motivo storico per il quale sono i tecnici della radio a curare la parte audio di Sanremo, ed è legato al lavoro specifico che svolgono i fonici in particolare in via Asiago 10, il Palazzo della Radio. Intanto c'è da ricordare che il festival, o forse sarebbe meglio dire Festivàl come lo chiamava Nunzio Filogamo, nacque quando la televisione ancora non esisteva, se non con in una fase molto sperimentale.

La radio era centrale anche per le famiglie, era uno strumento di ascolto collettivo e non individuale, sul mobile del salotto come poi sarebbe stato per la tv. La televisione si sarebbe poi fagocitata Sanremo, che però nasceva come un evento radiofonico, con l'orchestra di Cinico Angelini e i suoi cantanti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. La radio, nella ripresa della musica in diretta si era specializzata moltissimo, perché le orchestre e i loro cantanti riempivano le ore di trasmissione radiofonica. Proprio per questo i tecnici, assistiti spesso da figure come quelle degli assistenti musicali, maestri diplomati al conservatorio, sapevano come riprendere voci e diversi strumenti musicali. Non era più come quando, all'inizio, il microfono era uno solo e il musicista che doveva fare un assolo si avvicinava ad esso. Gli auditori di via Asiago, in particolare la Sala A e la Sala B, erano i luoghi della radiofonia romana deputati alla musica dal vivo, ma anche alla registrazione delle sigle originali. Anche negli anni d'oro della televisione, questa si appoggiò alla radio per i varietà più importanti, come quelli del sabato sera diretti da registi come Antonello Falqui. Chi in quelle occasioni si leggeva per curiosità i titoli di coda, avrà notato che i tecnici audio erano sempre due o tre. Uno era quello che in sala regia apriva e chiudeva i microfoni dello spettacolo vero e proprio, gli altri invece, come Mario Viva, Ostilio Pioppini, Giancarlo Cafarotti solo per fare dei nomi, erano invece quelli che in via Asiago preparavano i cosiddetti playback. Se si doveva realizzare una sigla, uno stacco orchestrale, la musica originale per un balletto, tutto si registrava in sala A o in sala B.

E poi il nastro veniva usato per il playback della trasmissione televisiva. In sostanza, per la ripresa audio musicale, la televisione pubblica si è sempre appoggiata alla competenza radiofonica, ben diversa da quella dei tecnici audio televisivi che di fatto dovevano seguire con i microfoni la ripresa delle telecamere e il lavoro del regista. I tecnici della radiofonia lavorarono per la televisione anche in due programmi di Renzo Arbore che avevano la musica e la radio al centro: "Cari amici vicini e lontani", che rievocava la storia della Radio Italiana dal 1924 all'84, e "Doc", trasmissione di musica dal vivo. Logico che Sanremo per la parte audio continuasse ad essere curato dai tecnici della radio. Gli aspetti da seguire sono sempre stati tre, con più o meno difficoltà a seconda della formula: la ripresa audio di musica e voci, la trasmissione e naturalmente la diffusione in teatro. Proprio per questo le postazioni sono tre, e poi ci sono dei tecnici che si occupano di smistare le molte linee utilizzate. Ma la ripresa audio vera e propria, soprattutto delle canzoni, è sempre appannaggio radiofonico. 
Mi spiegava un amico direttore d'orchestra che è stato a Sanremo, che solo lui e il cantante, sul palco, sentono in cuffia il suono completo dell'arrangiamento, con l'aggiunta di un metronomo che scandisce i tempi. Ogni professore dell'orchestra, nella propria postazione, ha un audio dedicato che gli consente di gestire al meglio il suono del proprio strumento all'interno dell'arrangiamento e della canzone. Quindi nessuno di loro sente davvero il risultato finale che esce dal mixer audio e finisce in televisione.

Non a caso, si trova sul palco la postazione audio che si occupa di questo e della diffusione in sala, con la responsabilità importantissima di evitare l'effetto larsen, ossia i fischi che rovinerebbero irrimediabilmente la canzone e l'esibizione. Trattandosi di una gara, sarebbe un danno pesantissimo. Negli anni fine Settanta e buona parte degli Ottanta, quando un comodo playback aveva sostituito l'orchestra, occorreva comunque fare attenzione a quanto andava in onda, specie se l'interprete decideva di cantare dal vivo sulla base registrata, oppure quando vi fu su questo un'imposizione nel regolamento. Ci fu qualche cantante, come Sibilla, che ebbe l'esibizione danneggiata da un errore tecnico: cantava dal vivo ma anziché la base fu mandato il playback con la sua voce, e in questo modo ovviamente non riuscì a gestire la propria voce e quel che è peggio l'intonazione. Altri cantanti molto noti, nei momenti di pausa allontanavano il microfono e i tecnici erano bravissimi a chiudere e riaprire per evitare l'innesco. Naturalmente, comunque, gestire delle bobine era molto più semplice rispetto a marchingegni computerizzati che in genere, dopo mille prove, fanno sempre le bizze nel momento cruciale. Il team di tecnici radiofonici assicurava anche non solo le dirette sui canali della radio pubblica, ma anche i collegamenti per le varie trasmissioni.

Collegamenti e dirette con interviste anche al volo che crebbero in maniera esponenziale negli anni di Rai Stereouno e Rai Stereodue, in pratica quasi tutti gli Ottanta e i primissimi Novanta. Musica e radio sono un tutt'uno, e infatti fin dalla nascita delle radio libere, diverse stazioni si svenavano o cercavano sponsor per avere la possibilità di mandare un inviato a Sanremo, negli anni Settanta e Ottanta. Un po' perché dava all'esterno credibilità alla piccola radio che però aveva qualcuno lì dove in quel momento c'era la musica che conta, molto per creare contatti con le case e le etichette discografiche, risparmiando quindi nell'acquisto dei dischi e magari avendo la possibilità poi di realizzare nel proprio studio l'intervista al cantante che promuoveva il nuovo disco e girava di città in città. In quegli anni si lavorava principalmente con il telefono, qualcuno più fortunato utilizzava qualche altro tipo di collegamento. I mini trasmettitori naturalmente costavano molto e potevano usarli in pochi, difficilissimo anche avere una coppia telefonica dedicata. Per il resto, cioè per la maggior parte, il massimo consentito dalla qualità audio era riversare il contenuto dalla cassetta, o al limite dalla bobina, attraverso la linea telefonica con un cavo collegato all'apparecchio attraverso dei coccodrillini in rame, dopo aver tolto la capsula del microfono.

Salti mortali, tecnici e anche logistici, ma spedizioni che davano i loro frutti quelle delle radio libere a Sanremo. Poi ci si è organizzati meglio: le radio più grandi, nazionali e regionali, hanno continuato a mandare gli inviati, che grazie all'informatica realizzano collegamenti e servizi più agevoli e con qualità sonora uguale allo studio. Gli altri hanno cominciato ad appoggiarsi a pool o service che distribuivano e distribuiscono servizi e trasmissioni speciali alle radio. Interviste al volo, in Sala Stampa o in altre situazioni, montaggi rapidi oggi consentiti dall'informatica, spedizioni in tempo reale, talvolta addirittura dirette in streaming con una qualità sonora quasi da studio. Tutto questo è progredito dall'inizio del terzo millennio fino ai giorni nostri. Ma adesso sarà ancora diverso: molti lavoreranno in remoto, senza neppure andare a Sanremo. Zoom, Skype, collegamenti dedicati: ci vorrà un internet potente per reggere tutto questo. Alla fine, al di là delle canzoni e dello spettacolo, la grande sfida radiofonica per il festival sanremese del Covid, quest'anno, sarà principalmente questa.
 
 

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