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“Mi chiamano Radio”: la forza dell'inclusione

La radio e lo sport come mezzi di riscatto e di inclusione per un ragazzo di colore un po' più lento degli altri. La nuova puntata di CinemaFM, la rubrica curata da Prisca Civitenga che racconta come la radio è vista nei film, oggi parla di Mi chiamano Radio, del regista Michael Tollin. Due attori di razza Ed Harris e Cuba Gooding Jr. interpretano la storia vera e commovente dell'amicizia tra una allenatore di football americano e un giovane problematico soprannominato, non a caso, Radio.

Articolo realizzato da Prisca Civitenga



Stavolta parliamo di una storia edificante, di riscatto e buoni sentimenti, di quelle che piacciono tanto al pubblico americano e che fanno bene all'anima, se riusciamo a tollerare un po' di retorica. Si tratta di Mi chiamano Radio, film del 2003 diretto dallo statunitense Michael Tollin e distribuito in Italia dalla Columbia Tristar Films nel maggio del 2004. Tollin, produttore televisivo e regista poco prolifico, Mi chiamano Radio infatti è il suo quarto e ultimo film, ha preso l'ispirazione da un articolo di Gary Smith uscito sulla rivista Sports Illustrated che raccontava la storia vera di James Robert Kennedy, soprannominato “Radio” perché non si separava mai da una radiolina a transistor. Un ragazzo di colore con un ritardo mentale che era riuscito a farsi accettare dalla comunità della piccola cittadina dove viveva grazie all'aiuto e alla tenacia dell'allenatore di football Harold Jones. Da questo materiale altamente emotivo Tollin ha tratto un film dalla struttura classica, che emoziona e fa riflettere, merito soprattutto dei due attori protagonisti.

Ed Harris, in ottima forma, è il coach Jones, doppiato in italiano da Antonio Sanna, all'apparenza tutto d'un pezzo, ma che riesce a mostrare anche le sue fragilità. Cuba Gooding Jr., invece doppiato da Riccardo Rossi, veste i panni di Radio e ce la mette tutta per restituire le sfaccettature di un personaggio così complesso, lavora sullo sguardo, spaventato o allegro, sulla postura incerta, sull'entusiasmo semplice e dirompente, restando quasi sempre in equilibrio, senza andare sopra le righe. Parliamo dunque di una storia di riscatto e di inclusione che si sviluppa attraverso due strumenti fondamentali: lo sport e la radio. Veniamo alla trama. Siamo nel 1976 in una cittadina di provincia, Anderson, nella Carolina del Sud, con tutto l'immaginario a cui siamo abituati, le casette con giardino, il liceo che con le sue squadre sportive catalizza l'attenzione di una vita piuttosto monotona, i diners e il negozio del barbiere usato come punto di ritrovo e sede delle riunioni della collettività. James, questo il vero nome del protagonista che scopriremo più in là nel film, è un giovane uomo di colore che la madre definisce “come tutti gli altri, solo un po' più lento”. Va in giro per la cittadina spingendo un carrello del supermercato dove mette quello che trova e dove appoggia la sua inseparabile radiolina.

Non parla con nessuno, osserva e ascolta la radio, i notiziari, ma soprattutto le radiocronache delle partite di football e tanta musica che lo fa sentire bene. Gli piace fermarsi davanti alla recinzione del campo da football del liceo e guardare i ragazzi che si allenano. Un giorno una palla finisce in strada, lui la raccoglie e la porta via con sé. Gli studenti, capitanati dal bulletto Johnny, Riley Smith, decidono di vendicarsi e riescono a rinchiudere James nello sgabuzzino, legandolo mani e piedi. Fortunatamente il coach Harold Jones interviene a liberare il ragazzo e da quel momento lo prende sotto la sua ala protettiva. James però non parla, si limita ad accendere e ascoltare tutte le radio che trova. Radio è l'unica parola che dice e così si prende quel soprannome. Il film cresce con il crescere del rapporto tra Radio e coach Jones che lo coinvolge nelle attività della squadra di football come aiutante, lo fa partecipare agli allenamenti e alle partite come una sorta di mascotte, poi lo inserisce nella squadra di basket, e ancora nelle attività didattiche, lo aiuta a studiare, a socializzare e a vincere l'emarginazione in cui era relegato.



Non mancano certo i problemi, ci sono altri episodi di bullismo, le resistenze dei genitori che non vogliono un ritardato in classe o in squadra con i loro figli, le incertezze della preside Lou Daniels, Alfre Woodard, che cerca di gestire la situazione tenendo a bada i pregiudizi e fronteggiando le incursioni di un ispettore dei servizi sociali che vorrebbe spingere Radio in un istituto. Ci saranno altri eventi drammatici che non svelo, ma la tenacia e l'affetto di Harold avranno la meglio, non senza conseguenze per la sua vita privata, perché l'impegno per Radio lo porterà a trascurare la moglie Linda, Debra Winger in un piccolo ma incisivo ruolo, e soprattutto la figlia Mary Helen, Sarah Drew, che soffrirà per le disattenzioni del padre, ma che alla fine capirà e appoggerà il genitore in tutto e per tutto. C'è poi l'elemento che per me è più interessante: cosa rappresenta la radio nel film. Per James, che proprio al piccolo elettrodomestico deve il suo soprannome, la radio è un rifugio, una specie di “coperta di Linus”, non se ne separa mai come ho già detto, gli da sollievo, gli fa compagnia e non lo fa sentire solo in un mondo che lo ignora.

La radio gli permette di immaginare luoghi dove non può andare, di vivere in diretta eventi a cui non può partecipare, come ad esempio le partite di football, la radio è inclusione, e la musica lo tranquillizza, lo rende felice, lo fa ballare e lo fa sognare. Troviamo nel film tutti gli elementi consolatori e il fascino che caratterizzano questo mezzo di comunicazione fin dagli esordi. E poi James Radio è un collezionista e possiamo divertirci con lui a confrontare diversi modelli di apparecchi portatili d'epoca. Condividiamo il suo curioso entusiasmo nello smontarli e nello studiarne i meccanismi e la felicità nel farli funzionare. La radio diventa ancora più importante quando prende l'aspetto di un regalo. James ne riceve una nuovissima dal coach per Natale e la sua gioia è immensa e coinvolgente, urla, si dimena e trascina tutti un travolgente ballo collettivo. In un altro momento topico del film la radio torna ad essere un regalo. Stavolta è James che decide di donare la sua piccola e preziosa radio a transistor rossa a Johnny, il bullo che l'ha sempre perseguitato. Un gesto commovente, di pace e di perdono, che farà breccia nel cuore del ragazzo, ponendo fine a qualsiasi incomprensione e ostilità.

Come avrete capito il finale è positivo, edificante e pieno di buoni sentimenti. Bisogna sorbirsi però un discorsetto troppo retorico di coach Jones e una certa dose di buonismo collettivo che risulta abbastanza irreale. D'altra parte sappiamo che il film è tratto da una storia vera e che effettivamente Radio è riuscito a farsi accogliere, a farsi voler bene e a trovare il suo posto nel mondo. Sui titoli di coda vediamo i reali protagonisti della vicenda che si abbracciano, il vero Radio , ormai cinquantenne che entra in campo correndo e guidando la squadra di football del liceo, sempre con la radiolina in mano. Immagini che scaldano il cuore. James Robert “Radio” Kennedy ci ha lasciato nel 2019, ma è diventato un simbolo, un esempio da seguire sulla strada dell'inclusione e della solidarietà.

Articolo a cura di Prisca Civitenga
 

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