"Al limite": la radio palcoscenico per il killer
Per raccontare come la radio è vista nei film, questa volta “Cinema FM”, la rubrica curata da Prisca Civitenga, ci porta nella Madrid di fine anni Novanta con il thriller “Al limite”, diretto dallo spagnolo Eduardo Campoy. Nel cast c'è anche Bud Spencer in un ruolo per lui inedito. E' un pacato ispettore di polizia alla caccia di un serial killer che una una peculiarità: quella di annunciare i suoi delitti in diretta radiofonica.
Articolo realizzato da Prisca Civitenga
Con “Cinema FM” torniamo nel variegato universo dei film di genere e ci soffermiamo su un thriller poliziesco in salsa spagnola: “Al limite”, pellicola del 1997 diretta da Eduardo Campoy, una coproduzione Spagna-Francia-Italia, con un cast prevalentemente iberico, a cui si aggiungono l'intrigante attrice francese Béatrice Dalle e il nostro supereroe nazionale Bud Spencer, in un ruolo inedito e riflessivo. “Al limite” non è mai uscito nelle sale cinematografiche italiane ed è passato fugacemente in televisione, ora si trova in DVD e in abbonamento nel catalogo Amazon Prime Video. Non parliamo certo di un capolavoro, niente di innovativo o originale nella trama, nella recitazione o nella regia, il titolo si inserisce tranquillamente nel filone in modo canonico, ma resta godibile per gli amanti del genere e soprattutto, ed è quel che ci interessa, offre spunti di riflessione sul mondo dei media e della radio.
Siamo in una Madrid piovosa e notturna. Il film inizia con la pioggia che batte sul marciapiede, la macchina da presa con un carrello ci fa entrare in quello che sembra un centro commerciale, al primo piano una donna lotta con un uomo che sta per sopraffarla, la pistola di lei cade a terra. Stacco. Dettaglio su un mixer anni Novanta, i cursori si abbassano per dare voce, dall'altra parte dell'acquario, alla conduttrice radiofonica Elena Marques, un'avvenente Béatrice Dalle doppiata in italiano da Roberta Greganti, che sta introducendo l'ospite della serata, una casalinga che si prostituisce per passione, in realtà un'attrice che ogni sera interpreta un ruolo diverso nella trasmissione dai temi pruriginosi. Subito il primo spunto: alla radio si può facilmente mentire. Altro cambio di scena, dai microfoni dell'emittente si passa al dettaglio di uno stereo portatile dietro al quale vediamo l'aggressore che ammanetta la donna ormai imbavagliata. Qualche altro gesto e poi l'uomo prende un telefono, vi applica un distorsore di voce, e chiama in diretta la radio per annunciare l'omicidio che sta per commettere.
La giornalista pensa ad un mitomane e vuole chiudere la telefonata, ma il collegamento non viene subito interrotto, l'aggressore ha il tempo di far sentire in radio la voce supplicante della vittima. A questo punto negli studi dell'emittente arrivano prima una squadra di polizia guidata dall'ispettore Elorza, Bud Spencer doppiato da Sergio Fiorentini, e poco dopo il giudice Maria Ramos, Lydia Bosch che in italiano ha la voce di Monica Gravina, assidua ascoltatrice radiofonica che prontamente si è accorta di quello che stava accadendo in diretta. In una seconda telefonata il killer avvia un gioco perverso con la conduttrice che cerca di salvare la vita della vittima, invano. L'aggressore annuncia un doppio omicidio, perché in quel momento sul luogo del delitto sta entrando una seconda donna, e mentre strangola la prima vediamo chiaramente il suo volto, quello dell'attore Juajo Puigcorbé doppiato in italiano da Fabrizio Temperini. La peculiarità del film infatti è che lo spettatore conosce fin da subito l'identità dell'assassino, la suspense è tutta giocata sul se e sul come lo forze dell'ordine riusciranno ad incastrarlo.
Non sarà un'impresa facile, perché poco dopo gli omicidi ritroviamo l'assassino in compagnia del giudice, si chiama Javier Berea ed è un famoso psicologo criminale che da anni aiuta la polizia nelle indagini sui serial killer. Interessante la figura del nostro Carlo Pedersoli-Bud Spencer, che all'epoca del film aveva 68 anni ed era alla 50° interpretazione, la 43° sotto nome d'arte. Con la sua memorabile stazza, la barba e lo sguardo serio, ma bonario, offre un ruolo agli antipodi di Bomber, Piedone o Bulldozer, niente botte da orbi o ironia, il commissario Elorza è pacato, saggio, padrone del mestiere, con la testa sulle spalle, è colto e arguto, è affidabile e si dimostra un buon amico del giudice Ramos che, invece, attratta dallo psicologo killer, ogni tanto sembra perdere la testa. E' lui che si accorge dei giochi citazionisti dell'assassino dando una svolta alle indagini. Veniamo al dunque: come la radio è vista nel film. In poche parole è il palcoscenico perfetto.
L'assassino la usa per mettersi in mostra, per diventare il protagonista assoluto della trasmissione, si prende il merito del boom di ascolti ed è convinto di saper intrigare e inchiodare le persone all'apparecchio, usa la radio come mezzo per instaurare un gioco perverso con le forze dell'ordine e con la conduttrice che pende dalle sue labbra, gioca al gatto col topo, è lui il burattinaio che muove i fili, si sente onnipotente. Ma la radio è anche il palcoscenico per le due figure femminili principali e, come già detto, alla radio è facile mentire, fino a quando si viene scoperti. Il giudice Ramos vuole dimostrare di saper fare bene il proprio mestiere, si mette in mostra, ma omette i suoi veri rapporti con lo psicologo anche quando scopre che è lui il killer.
La giornalista Elena, poi, cinica e arrivista fino al midollo, vuole ancor più notorietà, non si accorge di essere una pedina e, sotto il velo del diritto di cronaca, cerca lo scoop della vita a tutti i costi, non esita ad usare la propria bellezza e il proprio corpo, e a passare letteralmente sui cadaveri delle persone. Pur di avere audience mette perfino in scena una finta intervista ad una donna in realtà deceduta. Ben consce della potenza del mezzo radiofonico, le due protagoniste iniziano un pericoloso gioco di potere. Non svelo il finale del film, posso solo dirvi che c'è uno stratagemma alla Dario Argento dei primi thriller, non così potente e ben riuscito però. Le azioni di Javier Berea, invece, ricordano quelle di veri serial killer, come Zodiac che annunciava i suoi assassinii con le lettere oppure come Rodney Alcala che partecipò ad una trasmissione televisiva per cercare una sua potenziale vittima.
Il fascino del palcoscenico mediatico ha sempre fatto breccia sul protagonismo e sull'egocentrismo di diversi assassini seriali, ma il film suggerisce che la radio è il mezzo perfetto, non soltanto perché rende più facile camuffarsi, ma soprattutto per il rapporto intimo che riesce a creare con l'ascoltatore. Abbiamo parlato tante volte del fascino intrigante di una voce senza volto che sa toccare le corde dell'anima. Alla radio, poi, rispetto alla televisione, è più facile intervenire in diretta, grazie alle trasmissioni a microfono aperto. Oggi un rapporto così intenso, e viscerale forse si può ottenere attraverso i nuovi media. I killer, siano cinematografici o reali, ora lavorano molto con i videogame e con tutte le sfaccettature di internet. Chissà se nel 2021 lo psicologo assassino Berea avrebbe ancora scelto la radio?
Articolo a cura di Prisca Civitenga









