Doppiaggio: Al Pacino VS Giancarlo Giannini
E’ ormai noto al grande pubblico che la voce di Giancarlo Giannini sia diventata quella “ufficiale” e la più riconoscibile di Al Pacino in Italia. Due nomi, due realtà diverse, due scuole di pensiero diverse, ma col fine ultimo di emozionare chi guarda e chi ascolta.
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Recitazione e doppiaggio è una dicotomia che assilla tutti i professionisti ma soprattutto gli amatori del mondo della voce, che impazziscono quando ascoltano un determinato doppiatore che si sovrappone all’attore originale; ma dobbiamo fare attenzione a non confondere mai le due arti.
L’una non esclude l’altra quando si tratta di rendere comunicabile e ricettivo un determinato prodotto cinematografico per il pubblico del proprio Paese, in particolare per l’Italia; infatti noi italiani siamo i primi fruitori dell’arte del doppiaggio e siamo grati a questi geni che stanno per ore chiusi in sala di registrazione a incidere anelli su anelli, per far sì che noi possiamo capire il film senza sfociare nello strabismo acuto leggendo i sottotitoli.
Al contrario, In Europa e soprattutto in America il pubblico è abituato a vedere i film in lingua originale, cosa che invito a fare a chi vuole apprezzare al meglio un determinato attore; se è bravo. Da qui svelato il motivo per cui l’Italia è il capostipite del doppiaggio e ne detetiene da sempre la leadership su scala mondiale; sia per consumatori sia per la bravura degli addetti ai lavori. E sebbene attore e doppiatore diventino la stessa cosa quando si tratta di tradurre per i poveri mortali un film d’oltralpe, per noi studiosi e appassionati di voce è doveroso fare una netta distinzione; spieghiamo perché.
Parlando di Al Pacino, assistiamo ad un esempio di massima espressione artistica; il suo magistrale modo di recitare è unico come unici sono tutti gi attori della sua generazione e la sua vocalità inconfondibile, trasmette tutte le sue passioni. Con Giancarlo Giannini invece, siamo spettatori del trionfo della parola che nel suo caso, ha la stessa funzione che hanno le note musicali per un pianista. E la voce ne è lo strumento. Non si tratta qui di capire se sia meglio l’uno o l’altro; non è in discussione la capacità attoriale dei due artisti che appartengono a due metodi e soprattuto a due lingue diverse.
Qui si tratta di mettere a confronto due mestieri diversi. Nel celeberrimo monologo di Shylok de “Il Mercante di Venezia”, che a mio avviso è una delle più grandi interpretazioni di Al Pacino nonché una delle maggioni lezioni di doppiaggio di Giannini, si è spettatori di una vera e propria danza della parola italiana in cui il doppiatore riesce magistralmente a trasmettere tutte le emozioni del personaggio e regala ai nostri orecchi un concerto di emozioni.
Le parole di Shakespeare vengono masticate, ognuna ha una sua forma e si fondono nella voce sublime di Giannini. Se lo ascoltiamo nella lingua in cui fu scritto dalla penna dell’autore, accade la stessa cosa ma con una sottile differenza dalla quale si intuisce anche il limite naturale e legittimo che ha il doppiaggio nei confronti dell’originale di qualità. Di Pacino, si può apprezzare la così detta “sfumatura”; è quel tocco inconfondibile e unico che ha l’attore il quale, vivendo in tutta la sua interezza i sentimenti del personaggio riesce a dare alla voce quelle intonazioni che arrivano a toccare la massima sensibilità artistica e a far vibrare le corde dello spettatore.
Ebbene, tutto ciò andrebbe perso se ascoltassimo lo stesso testo in versione doppiata, che regala pur sempre emozioni. Questo è una fatto naturale imprescindibile, che non si può modificare e che un professionista deve sempre tener presente; ma sorge una contraddizione. Spesso ci si riduce quasi ad essere “schiavi” del doppiaggio; ma lo stesso film non verrebbe compreso e probabilmente non verrebbe neanche venduto se non venisse decodificato nella nostra lingua d’origine.
Per questo il lavoro del doppiatore deve essere talmente abile e minuzioso, tale da non tralasciare nulla. Perché è sua la responsabilità di ridare al pubblico le stesse emozioni che sta dando l’attore legittimo. E’ l’ultimo ad avere e a ridare la parola al personaggio. E per quanto bravo sia l’attore d’origine, per una questione culturale e linguistica, il pubblico non potrà mai apprezzarlo fino in fondo, dal momento che a ogni spettatore serve la propria lingua per poter comprendere a fondo cosa stia succedendo in scena. Per questo esiste il doppiaggio; per creare quel “ponte” semantico indispensabile tra due lingue diverse.
Quello che deve interessare a chi presta la propria voce al personaggio, è avere sempre chiaro che il compito del doppiatore non è quello di sostituirsi all’attore che recita, dal momento che è cosa impossibile come appena dimostrato, bensì è quello di rendere assoluto e importante il proprio mestiere; quello di essere artigiani della parola.
Così facendo, daremo modo non solo al pubblico di poter assistere a uno spettacolo magico che vede in azione il suo attore e doppiatore preferiti, dando loro modo anche di scegliere a proprio gusto qual è la versione che preferiscono; ma contribuiremo ad esaltare la nostra lingua che tutti ci invidiano, diventandone dei veri e propri ambasciatori.
Articolo a cura di Mirko Ferramola









