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La storia della radio: gli annunciatori

Oggi sul #sitodellevoci inauguriamo una nuova rubrica curata dal blogger Davide Camera. Il titolo parla da solo e non ha bisogno di troppe spiegazioni, "La storia della radio". Si parte dagli albori, da quando gli speaker si chiamavano "ANNUNCIATORI".

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La radio e è nata con loro, ma da tempo sono fuori moda, tanto che i pochi annunciatori che sono rimasti in servizio spesso cambiano mansioni e li ritroviamo a dare notizie sul traffico. E pensare che gli annunciatori una volta costituivano l’ossatura, con la loro dizione perfetta e il tono impersonale che comunque non escludeva caratterizzazioni differenti. Per esempio, tutti riconoscevano la voce di Vittorio Cramer, nei “prossimamente su questi schermi” (ancora non si chiamavano trailer), oppure quella di Guido Notari che era la voce della “Settimana INCOM” al cinema, ma leggeva anche i giornali radio. Negli anni erano diventate familiari le voci di Giacomo Castrucci, Liliana Sala, Luciano Alto, e poi altre di cui parleremo.

La prima in Italia fu Maria Luisa Boncompagni, anche se è stata ritrovata una registrazione che, se autentica, dimostrerebbe che il primo annuncio radiofonico ufficiale non fu suo. La voce che introduce il concerto sinfonico inaugurale del 6 ottobre 1924, sarebbe quella di Ines Viviani Donarelli, una dei musicisti impegnati in quella occasione.

Gli annunciatori entravano attraverso concorsi e dopo corsi rigidissimi: alcuni di loro ebbero poi delle carriere artistiche importanti, su tutti Arnoldo Foà e Corrado Mantoni, ma anche Aldo Giuffrè o Sergio Fantoni, solo per citare i nomi più noti. Altri ebbero modo di specializzarsi anche nel doppiaggio: negli anni, quelli che intrapresero con maggior successo questa strada furono Sergio Matteucci, Ennio Libralesso, Romano Ghini, Giulio Cesare “Gigi” Pirarba fino a Lucio Saccone e Gianni Bersanetti (voce tra l’altro di Mulder in “X Files”). Spesso lo speaker diventava voce narrante di documentari: un fuoriclasse sotto questo profilo fu soprattutto Nico Rienzi. Chi era più versatile, come il milanese Alfredo Danti, arrivava addirittura a fare l’autore e il regista di numerosi “Caroselli”.



Alcuni dalla radio passarono in modo naturale alla televisione: fu così per quasi tutti i principali speaker dei telegiornali degli anni Sessanta e Settanta, come Edilio Tarantino, Marco Raviart, Luigi Carrai, Gianni Rossi, fino ad Alberto Lori, Giuseppe D’Amore, Giaco Giachetti, Roberto Di Palma, Federico Neri, Pino Berengo Gardin. Alcuni sono diventati poi giornalisti, dentro o fuori la Rai, come Lori che è diventato un autentico divulgatore, insegnante non solo di comunicazione ma addirittura grande sostenitore della teoria quantistica.

Chi annunciava alla radio doveva essere impersonale: rappresentava l’azienda, non se stesso. Ma una svolta avviene dopo il corso per annunciatori effettuato a Firenze nel 1968, nel quale si insegnarono anche tecniche di presentazione, con docenti come Gianni Boncompagni. Era l’embrione di programmi come Supersonic – Dischi in onda a mach due, in onda dal 1971 al ’77, condotto da Piero Bernacchi, Antonio De Robertis, Paolo Francisci, Gigi Marziali e Paolo Testa. L’annunciatore diventava conduttore, veniva valorizzato anche in altre sue capacità, anche se era una valorizzazione pienamente conquistata.

La figura professionale è passata di moda, anche generazionalmente, specialmente nei notiziari che un tempo erano la roccaforte dell’annunciatore: l’orecchio del fruitore si è abituato a voci più “andanti”, spesso meno gradevoli o aggraziate, meno “beneducate”, accenti romani o milanesi troppo marcati, quasi ormai anche l’uomo della strada abbia diritto di “andare in onda”. Meglio o peggio di un tempo? Prima di rispondere, chiedetevi se magari avete capito quello che ha detto in televisione o alla radio quella persona l’altro giorno…

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