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La radio e i diritti d'autore

VOCI IN VETRINA

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ARTICOLO

Torna sul #sitodellevoci "La Radio oggi e domani", la rubrica curata da Davide Camera. Argomento di questa puntata: la radio e i diritti d'autore. Buon ascolto.

Articolo realizzato da Davide Camera

https://soundcloud.com/voci-fm/radio-copyright-siae-scf-musica

 

"Ciao, mi metti la canzone che ha vinto a Sanremo?". Anni fa, era normalissimo uno scambio di questo tipo tra ascoltatore e disc jockey radiofonico. Arrivava la telefonata, la prendeva il telefonista, in genere qualche ragazzino volonteroso che in questo modo stava vicino al suo mito dj, che magari aveva la stessa età, e spesso abbinata alla richiesta c'era una dedica, alla fidanzata o forse a qualche amico da prendere in giro. La dedica andava molto nei primi anni delle radio libere, la richiesta era un modo per essere in contatto diretto con chi ascoltava. Oggi non solo le radio difficilmente accettano le richieste, perché esistono rigidissime playlist realizzate da appositi uffici musicali. Ma ci sono, soprattutto sul web, delle stazioni che decidono di non mandare la musica protetta per non dover pagare i diritti d'autore e i diritti connessi, che appartengono al proprietario della registrazione fonografica, oppure al produttore, arrangiatore o all'interprete del brano. Quindi, non solo niente ultima canzone di Sanremo, ma niente di niente. Solo cantanti e gruppi sconosciuti, con licenza Common Creative, ossia resa disponibile a tutti per alcuni usi individualmente dagli autori, in genere senza necessità di pagare per la messa in onda o per lo streaming, mentre il discorso cambia per lo sfruttamento economico del brano. Scrivendo questo pezzo nella settimana di Sanremo, crediamo di fare una cosa utile nell'addentrarci nella normativa europea che tutela il diritto d'autore, che riguarda per forza di cose anche le opere musicali e la loro messa in onda radiofonica, compresa la copia privata che è necessaria per mandare il brano in diffusione.

Va da sé che una radio non è obbligata a pagare la Siae e i diritti connessi, ma se non lo fa non può mandare in onda quasi tutta la musica, a meno che non sia stata scritta almeno 70 anni fa... per dire, non ci rientra neppure "Nel blu dipinto di blu" che è del 1958. E potrebbe non bastare, perché ora ci sono in ballo i diritti fonografici. Quindi: o si fa una scelta drastica, una radio solo parlata (ma può interessare davvero?) oppure solo con altro tipo di licenza, appunto Common Creative, altrimenti sotto le forche caudine dei diritti occorre passare. Considerando peraltro che le licenze streaming per webradio personale hanno prezzi abbastanza accessibili. Fino a qualche anno fa, la Siae dominava sulla pubblica diffusione dei brani protetti, e gli ispettori avevano quasi un diritto "di vita o di morte" per dire, insomma. Per legge, la Società Italiana Autori ed Editori, trattava collettivamente i diritti d'autore operando tramite mandato, essendo un ente pubblico economico a base associativa. Si trattava di una situazione di monopolio e chiaramente l'Unione Europea non poteva vedere di buon occhio una situazione del genere. Così come per altri motivi non la vedevano di buon occhio alcuni autori, che volendo trattare individualmente i diritti relativi alle loro opere, si sono mossi verso altre direzioni. Comunque, gli stati dell'Unione, compresa l'Italia, oggi devono fare riferimento alla direttiva Barnier del 2014, recepita nel nostro paese tre anni dopo con un decreto legislativo. Vediamone i passaggi essenziali. La direttiva europea stravolge quello che in precedenza era stato codificato dalla legge italiana, in pratica aprendo alla tutela individuale del diritto d'autore e dei diritti connessi, come in effetti sarebbe peraltro previsto anche dalla nostra legge.

L'idea di fondo è il riconoscimento ai titolari di scegliere come tutelare i propri diritti, affidandosi in caso anche a società private straniere. Così alcuni importanti autori italiani, come Enrico Ruggeri o Gigi D'Alessio hanno lasciato la Siae per passare a Soundreef, un'associazione privata di collecting, cioè di gestione collettiva di diritti d'autore, con sede a Londra ma fondata da due italiani, Davide d'Atri e Francesco Danieli. Altri successivamente hanno fatto il percorso inverso tornando alla Siae, ma si capisce come l'esistenza di un nuovo soggetto sia stata una novità in questo settore. Il braccio operativo di Soundreef in Italia si chiama LEA, Liberi Editori Autori, che materialmente gestisce i diritti e raccoglie i proventi distribuendoli ai propri associati. Dopo una serie di scontri, Siae e Soundreef hanno trovato un accordo, dato che si è posto subito il problema di brani con più autori, iscritti a diverse associazioni. Attacchi soprattutto dalla Siae, ma poi l'intesa si è trovata con soddisfazione di tutti. Mentre cresce il numero di chi, utilizzando licenze Common Creative, tutela in proprio la sua opera, senza ricorrere ad associazioni cui dare il mandato. Esistono piattaforme online, la più nota è Jamendo, che li raggruppano dando la possibilità anche di contattarli per licenze che superino la normale esecuzione, in genere come dicevamo gratuita.  Spesso si tratta di artisti che fanno musica di qualità, ma siccome nessuno è conosciuto, almeno qui in Italia, rimane una situazione poco appetibile anche da un punto di vista radiofonico. Appunto, una radio può decidere, per risparmiare, di mandare solo musica non protetta, ma se non è una radio che si basi principalmente sul parlato, rischia di rimanere una situazione per pochi eletti, ancor meno di quanto sia in genere una radio sul web, che vive soprattutto di contatti e ancora di più di reputazione.

C'è inoltre la questione dei diritti connessi, che non sono quelli d'autore, ma sono comunque appunto connessi alla fruizione e alla diffusione dell'opera. Nel caso della messa in onda di un brano musicale, sono quelli di produzione fonografica e di emissione radiofonica e televisiva. Perché le registrazioni hanno un proprietario, e certamente un interprete, che sia cantante o arrangiatore di un pezzo scritto da altri, ha anche lui i suoi diritti. In Italia per molto tempo a guidare questo fronte è stata la Società Consortile Fonografica, in sigla SCF, che per tutelare questi diritti ha fatto spesso ricorso alla Guardia di Finanza facendo sequestrare del materiale, tuttavia talvolta dissequestrato dal giudice. Inoltre la Cassazione ha segnato un punto importante, stabilendo che se non c'è scopo di lucro vadano pagati solo i diritti d'autore e non quelli connessi. Tuttavia, il discorso vale solo per questa fattispecie, e che non ci sia scopo di lucro nello sfruttamento di un brano o di un'opera deve essere comunque dimostrato. SCF in ogni caso, a differenza di SIAE, è una società privata, e ad essa nel frattempo si sono aggiunti altri soggetti, come ITSRIGHT, che riceve in proprio i diritti relativi ai propri associati, e il Nuovo Imaie, che invece si appoggia a SCF per la raccolta e tutela in particolare artisti ed esecutori, come faceva inizialmente proprio l'Imaie da cui è nato. Come si vede i soggetti sono tanti, ma la spesa non si è fortunatamente moltiplicata, per ora, ma solo parcellizzata, proporzionata ovviamente all'utilizzo delle opere.

È logico che gran parte della musica protetta, anche su mandato internazionale per i brani stranieri, faccia riferimento ancora alla SIAE per i diritti d'autore ed a SCF per quelli connessi. Molte radio, e in particolare webradio, negli anni passati si erano mostrate molto battagliere sulla questione, ma la battaglia si è affievolita. Questo sia perché diverse emittenti hanno chiuso nel frattempo per ragioni economiche, sia perché le società di collecting hanno recepito le differenze, redigendo contratti e tariffe molto diversi a seconda del tipo di emittente, e di fatto riconoscendo le webradio. Le quali a loro volta, in alcuni casi si sono riunite in associazioni che hanno spuntato ulteriori sconti. Rimane tuttavia un'imposizione figlia della direttiva Barnier, e quindi non aggirabile: quella del report dettagliato dei brani trasmessi con autori, produttori, etichette e titolari di diritto da presentare annualmente a ogni società di collecting interessata per consentire di ripartire i relativi diritti agli associati. È un po' la versione moderna del vecchio "borderò" o del "foglio Siae" che veniva compilato nei locali o nelle radio. Fortunatamente alcuni software di messa in onda si sono attrezzati con delle compilazioni automatiche. Ma in fondo, i numeri di codici internazionali di identificazione come ISRC e ISWC, il titolo del brano e i nomi di autore ed interprete talvolta basterebbero da soli a individuare il brano. E questo, ai burocrati di Bruxelles andrebbe spiegato.
 

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La radio e i diritti d'autore

Torna sul #sitodellevoci "La Radio oggi e domani", la rubrica curata da Davide Camera. Argomento di questa puntata: la radio e i diritti d'autore. Buon ascolto.

Articolo realizzato da Davide Camera

https://soundcloud.com/voci-fm/radio-copyright-siae-scf-musica

 

"Ciao, mi metti la canzone che ha vinto a Sanremo?". Anni fa, era normalissimo uno scambio di questo tipo tra ascoltatore e disc jockey radiofonico. Arrivava la telefonata, la prendeva il telefonista, in genere qualche ragazzino volonteroso che in questo modo stava vicino al suo mito dj, che magari aveva la stessa età, e spesso abbinata alla richiesta c'era una dedica, alla fidanzata o forse a qualche amico da prendere in giro. La dedica andava molto nei primi anni delle radio libere, la richiesta era un modo per essere in contatto diretto con chi ascoltava. Oggi non solo le radio difficilmente accettano le richieste, perché esistono rigidissime playlist realizzate da appositi uffici musicali. Ma ci sono, soprattutto sul web, delle stazioni che decidono di non mandare la musica protetta per non dover pagare i diritti d'autore e i diritti connessi, che appartengono al proprietario della registrazione fonografica, oppure al produttore, arrangiatore o all'interprete del brano. Quindi, non solo niente ultima canzone di Sanremo, ma niente di niente. Solo cantanti e gruppi sconosciuti, con licenza Common Creative, ossia resa disponibile a tutti per alcuni usi individualmente dagli autori, in genere senza necessità di pagare per la messa in onda o per lo streaming, mentre il discorso cambia per lo sfruttamento economico del brano. Scrivendo questo pezzo nella settimana di Sanremo, crediamo di fare una cosa utile nell'addentrarci nella normativa europea che tutela il diritto d'autore, che riguarda per forza di cose anche le opere musicali e la loro messa in onda radiofonica, compresa la copia privata che è necessaria per mandare il brano in diffusione.

Va da sé che una radio non è obbligata a pagare la Siae e i diritti connessi, ma se non lo fa non può mandare in onda quasi tutta la musica, a meno che non sia stata scritta almeno 70 anni fa... per dire, non ci rientra neppure "Nel blu dipinto di blu" che è del 1958. E potrebbe non bastare, perché ora ci sono in ballo i diritti fonografici. Quindi: o si fa una scelta drastica, una radio solo parlata (ma può interessare davvero?) oppure solo con altro tipo di licenza, appunto Common Creative, altrimenti sotto le forche caudine dei diritti occorre passare. Considerando peraltro che le licenze streaming per webradio personale hanno prezzi abbastanza accessibili. Fino a qualche anno fa, la Siae dominava sulla pubblica diffusione dei brani protetti, e gli ispettori avevano quasi un diritto "di vita o di morte" per dire, insomma. Per legge, la Società Italiana Autori ed Editori, trattava collettivamente i diritti d'autore operando tramite mandato, essendo un ente pubblico economico a base associativa. Si trattava di una situazione di monopolio e chiaramente l'Unione Europea non poteva vedere di buon occhio una situazione del genere. Così come per altri motivi non la vedevano di buon occhio alcuni autori, che volendo trattare individualmente i diritti relativi alle loro opere, si sono mossi verso altre direzioni. Comunque, gli stati dell'Unione, compresa l'Italia, oggi devono fare riferimento alla direttiva Barnier del 2014, recepita nel nostro paese tre anni dopo con un decreto legislativo. Vediamone i passaggi essenziali. La direttiva europea stravolge quello che in precedenza era stato codificato dalla legge italiana, in pratica aprendo alla tutela individuale del diritto d'autore e dei diritti connessi, come in effetti sarebbe peraltro previsto anche dalla nostra legge.

L'idea di fondo è il riconoscimento ai titolari di scegliere come tutelare i propri diritti, affidandosi in caso anche a società private straniere. Così alcuni importanti autori italiani, come Enrico Ruggeri o Gigi D'Alessio hanno lasciato la Siae per passare a Soundreef, un'associazione privata di collecting, cioè di gestione collettiva di diritti d'autore, con sede a Londra ma fondata da due italiani, Davide d'Atri e Francesco Danieli. Altri successivamente hanno fatto il percorso inverso tornando alla Siae, ma si capisce come l'esistenza di un nuovo soggetto sia stata una novità in questo settore. Il braccio operativo di Soundreef in Italia si chiama LEA, Liberi Editori Autori, che materialmente gestisce i diritti e raccoglie i proventi distribuendoli ai propri associati. Dopo una serie di scontri, Siae e Soundreef hanno trovato un accordo, dato che si è posto subito il problema di brani con più autori, iscritti a diverse associazioni. Attacchi soprattutto dalla Siae, ma poi l'intesa si è trovata con soddisfazione di tutti. Mentre cresce il numero di chi, utilizzando licenze Common Creative, tutela in proprio la sua opera, senza ricorrere ad associazioni cui dare il mandato. Esistono piattaforme online, la più nota è Jamendo, che li raggruppano dando la possibilità anche di contattarli per licenze che superino la normale esecuzione, in genere come dicevamo gratuita.  Spesso si tratta di artisti che fanno musica di qualità, ma siccome nessuno è conosciuto, almeno qui in Italia, rimane una situazione poco appetibile anche da un punto di vista radiofonico. Appunto, una radio può decidere, per risparmiare, di mandare solo musica non protetta, ma se non è una radio che si basi principalmente sul parlato, rischia di rimanere una situazione per pochi eletti, ancor meno di quanto sia in genere una radio sul web, che vive soprattutto di contatti e ancora di più di reputazione.

C'è inoltre la questione dei diritti connessi, che non sono quelli d'autore, ma sono comunque appunto connessi alla fruizione e alla diffusione dell'opera. Nel caso della messa in onda di un brano musicale, sono quelli di produzione fonografica e di emissione radiofonica e televisiva. Perché le registrazioni hanno un proprietario, e certamente un interprete, che sia cantante o arrangiatore di un pezzo scritto da altri, ha anche lui i suoi diritti. In Italia per molto tempo a guidare questo fronte è stata la Società Consortile Fonografica, in sigla SCF, che per tutelare questi diritti ha fatto spesso ricorso alla Guardia di Finanza facendo sequestrare del materiale, tuttavia talvolta dissequestrato dal giudice. Inoltre la Cassazione ha segnato un punto importante, stabilendo che se non c'è scopo di lucro vadano pagati solo i diritti d'autore e non quelli connessi. Tuttavia, il discorso vale solo per questa fattispecie, e che non ci sia scopo di lucro nello sfruttamento di un brano o di un'opera deve essere comunque dimostrato. SCF in ogni caso, a differenza di SIAE, è una società privata, e ad essa nel frattempo si sono aggiunti altri soggetti, come ITSRIGHT, che riceve in proprio i diritti relativi ai propri associati, e il Nuovo Imaie, che invece si appoggia a SCF per la raccolta e tutela in particolare artisti ed esecutori, come faceva inizialmente proprio l'Imaie da cui è nato. Come si vede i soggetti sono tanti, ma la spesa non si è fortunatamente moltiplicata, per ora, ma solo parcellizzata, proporzionata ovviamente all'utilizzo delle opere.

È logico che gran parte della musica protetta, anche su mandato internazionale per i brani stranieri, faccia riferimento ancora alla SIAE per i diritti d'autore ed a SCF per quelli connessi. Molte radio, e in particolare webradio, negli anni passati si erano mostrate molto battagliere sulla questione, ma la battaglia si è affievolita. Questo sia perché diverse emittenti hanno chiuso nel frattempo per ragioni economiche, sia perché le società di collecting hanno recepito le differenze, redigendo contratti e tariffe molto diversi a seconda del tipo di emittente, e di fatto riconoscendo le webradio. Le quali a loro volta, in alcuni casi si sono riunite in associazioni che hanno spuntato ulteriori sconti. Rimane tuttavia un'imposizione figlia della direttiva Barnier, e quindi non aggirabile: quella del report dettagliato dei brani trasmessi con autori, produttori, etichette e titolari di diritto da presentare annualmente a ogni società di collecting interessata per consentire di ripartire i relativi diritti agli associati. È un po' la versione moderna del vecchio "borderò" o del "foglio Siae" che veniva compilato nei locali o nelle radio. Fortunatamente alcuni software di messa in onda si sono attrezzati con delle compilazioni automatiche. Ma in fondo, i numeri di codici internazionali di identificazione come ISRC e ISWC, il titolo del brano e i nomi di autore ed interprete talvolta basterebbero da soli a individuare il brano. E questo, ai burocrati di Bruxelles andrebbe spiegato.
 

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