Il ruolo del regista radiofonico
ARTICOLO
Con Davide Camera scopriamo questa importantissima figura professionale della radio, che tuttavia ha diverse peculiarità a seconda dei casi.
Articolo realizzato da Davide Camera
https://soundcloud.com/voci-fm/radio-regista-fonico-postproduzione
Quante volte, ascoltando la radio avrete sentito parlare del regista? Un termine che in ambito teatrale, televisivo e cinematografico ha un ruolo ben preciso e importante. Il regista è quello che a teatro mette in scena, in televisione decide l'immagine che va in onda, e in casi storici come Antonello Falqui o Vito Molinari e i loro contemporanei decideva anche molto di più, al cinema firma un film, di cui spesso ma non sempre ha scritto soggetto e sceneggiatura. Discorso che valeva anche per i cosiddetti sceneggiati televisivi, gli antenati della fiction, con l'unica differenza che invece della macchina da presa, il regista si trovava a gestire in studio tre o quattro telecamere commutate da un tecnico con il mixer video. Il regista, insomma, è il “dominus” in questi tre campi. E alla radio? Anche alla radio, dunque, esiste il regista ma il termine professionale non è univoco, come scopriremo. Non lo è nello spazio e nel tempo, e una discriminante importante è il ruolo – diverso – nell'emittenza pubblica e in quella privata.
Negli anni dell'Eiar e in quelli gloriosi di Radio Rai, il regista radiofonico somigliava molto a quello televisivo: Riccardo Mantoni, il fratello di Corrado, e Nino Meloni per esempio, avevano potere di scelta e gestione all'interno delle trasmissioni di spettacolo e varietà. Così come registi come Umberto Benedetto o Anton Giulio Majano, che lo faceva anche in televisione come lo stesso Andrea Camilleri, facevano il teatro alla radio. Gestivano gli attori, facevano miscelare suoni e rumori nelle commedie registrate in studio. Federico Sanguigni costruiva in laboratorio con i tecnici quel miracolo della domenica mattina che era Gran Varietà, tutto registrato in un piccolo studio di via Asiago, e trasformato con riverbero, risate e applausi registrati, in uno spettacolo che sembrava messo in onda dall'Auditorio A, la più grande sala dello stesso palazzo della radio. Poteva succedere, ma accadeva raramente, che il regista radiofonico fosse una sorta di "capocomico", come nel caso dell'attore Sandro Merli che spesso era conduttore e regista della stessa trasmissione. Il classico caso del "regista in campo", insomma. Fondamentali anche i registi di trasmissioni come Chiamate Roma 3131, o Radio anch'io nella sua versione storica, quella di Gianni Bisiach. Lì il "traffico" di telefonate in onda e fuori onda era talmente notevole che una figura che lo dirigesse in regia era fondamentale.
Negli anni, come dicevamo, in radio la figura si è modificata di molto, aumentando di importanza quella del conduttore, evoluzione naturale in ambito radiofonico soprattutto con le trasmissioni di carattere musicale, sempre più affidate in prima persona ai disc-jockey, o con quelle che promuovevano alla conduzione noti scrittori, o attori o personaggi pubblici che certamente davano un contributo sempre più importante alle loro trasmissioni, non mettendoci solo la voce ma anche i contenuti. Così il regista è diventato una sorta di "coautore" del programma, o di responsabile della sua efficienza. Ne controlla in prima persona i tempi, la scorrevolezza, spesso a Radio Rai ne sceglie le musiche puntando anche materialmente la partenza dei brani. Inoltre, "dirige il traffico" che sta dietro una trasmissione radiofonica: c'è una telefonata da mandare in diretta? È lui a chiamare materialmente l'interlocutore, è lui a dargli l'indicazione dei tempi di durata. È sempre lui a richiamare l'attenzione del conduttore su qualche situazione contingente utile al programma, o sul possibile sforamento dei tempi previsti. Tutto questo è valido sia nell'emittenza pubblica che in quella privata.
Tuttavia c'è una differenza fondamentale, che è anche una differenza di forma mentale tra i due mondi. Perché la radio rimane fondamentalmente una: una voce che parla, un brano musicale che va in onda e l'ascoltatore che sente il programma. Ma è come la si fa a cambiare completamente, nei modi, nei tempi ma anche nella stessa concezione. La differenza fondamentale che poi spiegheremo meglio, è che in genere il regista nelle radio private è insieme anche il tecnico del suono. Una sola persona è dunque il referente del conduttore, occupandosi direttamente della messa in onda e quindi avendo il polso della diretta. In Rai non è così: il regista è una figura ben precisa, sganciata dal tecnico del suono che di fatto viene da lui diretto nel corso della trasmissione. Il conduttore dà ad entrambi l'indicazione dell'apertura del microfono o della partenza del brano musicale, e riceve dal regista a sua volta le informazioni utili alla diretta e ai tempi. Spesso il regista, insieme con il conduttore, sovrintende in Rai anche a una piccola redazione che si occupa del programma, liberando quindi chi va al microfono da molte altre incombenze che altrimenti gli spetterebbero. Anche nelle radio private ormai esiste la figura dell'autore che interagisce con i conduttori nella scelta dei temi, ma il regista rimane, da solo, il “faro della diretta”. È al mixer e segue tutto in prima persona, senza intermediazioni. In comune rispetto al suo collega in Rai ha una peculiarità: se ride alla battuta del conduttore, significa che fa ridere.
Alcune emittenti, come M2O, hanno però ridato vita alla cosiddetta “autoregia”. Oggi si chiama così, quasi fosse una conquista della modernità, mentre nei primi anni delle radio libere era una necessità: il conduttore doveva gestirsi anche tecnicamente la trasmissione, maneggiando il mixer. C'è chi preferiva farlo anche a livelli più alti, come era il caso di Leopardo, che pur potendo avere a disposizione un tecnico, amava fare in proprio per sentire completamente suo il programma. Comunque il regista radiofonico, che sia anche tecnico del suono o figura professionale a se stante, funziona meglio se è stato, oppure è anche un conduttore, perché capisce i tempi e l'andamento di una trasmissione anche solo "a orecchio". È il caso oggi per esempio di Gabriele Brocani, e lo era una ventina di anni fa per Roberto Raspani Dandolo, che affiancava la sua crescita professionale come conduttore a quella collaterale di regista in trasmissioni storiche di Radio Rai come “Voi ed io”. Il regista è senza ombra di dubbio una figura alla quale il conduttore può appoggiarsi del tutto quando c'è sintonia piena. Di solito, è questo il segreto per la riuscita di una trasmissione.
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Il ruolo del regista radiofonico
Con Davide Camera scopriamo questa importantissima figura professionale della radio, che tuttavia ha diverse peculiarità a seconda dei casi.
Articolo realizzato da Davide Camera
https://soundcloud.com/voci-fm/radio-regista-fonico-postproduzione
Quante volte, ascoltando la radio avrete sentito parlare del regista? Un termine che in ambito teatrale, televisivo e cinematografico ha un ruolo ben preciso e importante. Il regista è quello che a teatro mette in scena, in televisione decide l'immagine che va in onda, e in casi storici come Antonello Falqui o Vito Molinari e i loro contemporanei decideva anche molto di più, al cinema firma un film, di cui spesso ma non sempre ha scritto soggetto e sceneggiatura. Discorso che valeva anche per i cosiddetti sceneggiati televisivi, gli antenati della fiction, con l'unica differenza che invece della macchina da presa, il regista si trovava a gestire in studio tre o quattro telecamere commutate da un tecnico con il mixer video. Il regista, insomma, è il “dominus” in questi tre campi. E alla radio? Anche alla radio, dunque, esiste il regista ma il termine professionale non è univoco, come scopriremo. Non lo è nello spazio e nel tempo, e una discriminante importante è il ruolo – diverso – nell'emittenza pubblica e in quella privata.
Negli anni dell'Eiar e in quelli gloriosi di Radio Rai, il regista radiofonico somigliava molto a quello televisivo: Riccardo Mantoni, il fratello di Corrado, e Nino Meloni per esempio, avevano potere di scelta e gestione all'interno delle trasmissioni di spettacolo e varietà. Così come registi come Umberto Benedetto o Anton Giulio Majano, che lo faceva anche in televisione come lo stesso Andrea Camilleri, facevano il teatro alla radio. Gestivano gli attori, facevano miscelare suoni e rumori nelle commedie registrate in studio. Federico Sanguigni costruiva in laboratorio con i tecnici quel miracolo della domenica mattina che era Gran Varietà, tutto registrato in un piccolo studio di via Asiago, e trasformato con riverbero, risate e applausi registrati, in uno spettacolo che sembrava messo in onda dall'Auditorio A, la più grande sala dello stesso palazzo della radio. Poteva succedere, ma accadeva raramente, che il regista radiofonico fosse una sorta di "capocomico", come nel caso dell'attore Sandro Merli che spesso era conduttore e regista della stessa trasmissione. Il classico caso del "regista in campo", insomma. Fondamentali anche i registi di trasmissioni come Chiamate Roma 3131, o Radio anch'io nella sua versione storica, quella di Gianni Bisiach. Lì il "traffico" di telefonate in onda e fuori onda era talmente notevole che una figura che lo dirigesse in regia era fondamentale.
Negli anni, come dicevamo, in radio la figura si è modificata di molto, aumentando di importanza quella del conduttore, evoluzione naturale in ambito radiofonico soprattutto con le trasmissioni di carattere musicale, sempre più affidate in prima persona ai disc-jockey, o con quelle che promuovevano alla conduzione noti scrittori, o attori o personaggi pubblici che certamente davano un contributo sempre più importante alle loro trasmissioni, non mettendoci solo la voce ma anche i contenuti. Così il regista è diventato una sorta di "coautore" del programma, o di responsabile della sua efficienza. Ne controlla in prima persona i tempi, la scorrevolezza, spesso a Radio Rai ne sceglie le musiche puntando anche materialmente la partenza dei brani. Inoltre, "dirige il traffico" che sta dietro una trasmissione radiofonica: c'è una telefonata da mandare in diretta? È lui a chiamare materialmente l'interlocutore, è lui a dargli l'indicazione dei tempi di durata. È sempre lui a richiamare l'attenzione del conduttore su qualche situazione contingente utile al programma, o sul possibile sforamento dei tempi previsti. Tutto questo è valido sia nell'emittenza pubblica che in quella privata.
Tuttavia c'è una differenza fondamentale, che è anche una differenza di forma mentale tra i due mondi. Perché la radio rimane fondamentalmente una: una voce che parla, un brano musicale che va in onda e l'ascoltatore che sente il programma. Ma è come la si fa a cambiare completamente, nei modi, nei tempi ma anche nella stessa concezione. La differenza fondamentale che poi spiegheremo meglio, è che in genere il regista nelle radio private è insieme anche il tecnico del suono. Una sola persona è dunque il referente del conduttore, occupandosi direttamente della messa in onda e quindi avendo il polso della diretta. In Rai non è così: il regista è una figura ben precisa, sganciata dal tecnico del suono che di fatto viene da lui diretto nel corso della trasmissione. Il conduttore dà ad entrambi l'indicazione dell'apertura del microfono o della partenza del brano musicale, e riceve dal regista a sua volta le informazioni utili alla diretta e ai tempi. Spesso il regista, insieme con il conduttore, sovrintende in Rai anche a una piccola redazione che si occupa del programma, liberando quindi chi va al microfono da molte altre incombenze che altrimenti gli spetterebbero. Anche nelle radio private ormai esiste la figura dell'autore che interagisce con i conduttori nella scelta dei temi, ma il regista rimane, da solo, il “faro della diretta”. È al mixer e segue tutto in prima persona, senza intermediazioni. In comune rispetto al suo collega in Rai ha una peculiarità: se ride alla battuta del conduttore, significa che fa ridere.
Alcune emittenti, come M2O, hanno però ridato vita alla cosiddetta “autoregia”. Oggi si chiama così, quasi fosse una conquista della modernità, mentre nei primi anni delle radio libere era una necessità: il conduttore doveva gestirsi anche tecnicamente la trasmissione, maneggiando il mixer. C'è chi preferiva farlo anche a livelli più alti, come era il caso di Leopardo, che pur potendo avere a disposizione un tecnico, amava fare in proprio per sentire completamente suo il programma. Comunque il regista radiofonico, che sia anche tecnico del suono o figura professionale a se stante, funziona meglio se è stato, oppure è anche un conduttore, perché capisce i tempi e l'andamento di una trasmissione anche solo "a orecchio". È il caso oggi per esempio di Gabriele Brocani, e lo era una ventina di anni fa per Roberto Raspani Dandolo, che affiancava la sua crescita professionale come conduttore a quella collaterale di regista in trasmissioni storiche di Radio Rai come “Voi ed io”. Il regista è senza ombra di dubbio una figura alla quale il conduttore può appoggiarsi del tutto quando c'è sintonia piena. Di solito, è questo il segreto per la riuscita di una trasmissione.











