Voce e Dizione
ARTICOLO
Per “dizione” non si intende un generico parlare, ma un parlare che segua quelle regole fonetiche che sono la base che costituisce la differenza di una lingua da una altra.
Articolo a cura della Dott.ssa Annalisa Peruzzi
Visto che l'uomo si esprime per affermare uno stato interiore, non può farlo a metà, strapazzando le parole, disgiungendole così da ciò che volevano effettivamente significare.
Di solito, le persone che si interessano alla dizione sono coloro che hanno necessità di esporsi ad un pubblico, quindi i professionisti della voce.
La cosa primaria da mettere in atto per imparare la dizione è quella di scandire bene le parole, separandole una dall'altra senza rotolarle una sull'altra e facendo in modo che ognuna conservi il proprio accento, riportando fedelmente tutti i singoli suoni chiamati fonemi. Prendiamo ad esempio la parola “poco” e ascoltiamone la pronuncia fiorentina: essa è formata da quattro fonemi p o c o, ma risulterà po'o, cioè con tre soli fonemi, anche se in scrittura si scriverà regolarmente “poco”. Nel verbalizzarla avrà seguito la pronuncia, comune al fiorentino parlato, che tende ad aspirare fortemente la c in alcune posizioni o ad eliderla.
Le parole sono dunque unione di suoni prima che di lettere.
Se facciamo più caso ci accorgiamo che parliamo velocemente, infatti basta ascoltare le persone attorno a noi per rendercene conto, quasi che il tempo imprimesse il suo ritmo frenetico non solo alle nostre azioni, ma anche alle nostre parole che invece avrebbero bisogno di vivere una loro dimensione esatta. Oltretutto velocizzare non significa mangiarsi le parole: pensiamo per un momento al teatro comico che necessita di un ritmo brillante e serrato a cui gli attori si devono adeguare, ma non a scapito della buona dizione.
Aldilà delle caratteristiche proprie dei parlanti di ogni regione, possiamo spesso osservare alcune peculiarità anche in chi parla un corretto italiano. Prendiamo qualche esempio:
- la presenza di aggiunte inutili in forme come: c'ho, c'hai, c'ha, invece di ho, hai, ha e via dicendo, col verbo avere;
- la non osservanza del rafforzamento sintattico per cui non si dirà “ho detto”, ma “ho ddetto”, non “ho fatto” ma “ho ffatto”;
- la sostituzione della consonante n al posto della m davanti alle consonanti b e p, per cui si sente dire (e si vede scritto anche) “inbottito” anziché “imbottito”, oppure “inpari” invece di “impari” (senza voler contare che solo in dizione “un pino” diventa correttamente “uɱ pino”);
- la sostituzione della consonante z al posto della s in parole come: insomma, forse, polso, che diventano errando, inzomma, forze, polzo;
- la mancata pronuncia della i in parole come “suindicato” che diventa “su'ndicato”o della u per cui si sente dire: “ho visto 'na cosa”;
- la perdita della r per cui “proprio” diventa “prop'io”, “dargli” diventa “da'gli;
Questi sono solo cenni pratici sul significato di dizione che suggerisce parole fatte soltanto dell'unicità dei loro singoli suoni e disegnate perciò a tutto tondo senza aggiunte o sottrazioni, (possibili in altre lingue) cosicché ognuna possa comporsi all'interno del discorso secondo una chiara e logica stesura.
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Voce e Dizione
Per “dizione” non si intende un generico parlare, ma un parlare che segua quelle regole fonetiche che sono la base che costituisce la differenza di una lingua da una altra.
Articolo a cura della Dott.ssa Annalisa Peruzzi
Visto che l'uomo si esprime per affermare uno stato interiore, non può farlo a metà, strapazzando le parole, disgiungendole così da ciò che volevano effettivamente significare.
Di solito, le persone che si interessano alla dizione sono coloro che hanno necessità di esporsi ad un pubblico, quindi i professionisti della voce.
La cosa primaria da mettere in atto per imparare la dizione è quella di scandire bene le parole, separandole una dall'altra senza rotolarle una sull'altra e facendo in modo che ognuna conservi il proprio accento, riportando fedelmente tutti i singoli suoni chiamati fonemi. Prendiamo ad esempio la parola “poco” e ascoltiamone la pronuncia fiorentina: essa è formata da quattro fonemi p o c o, ma risulterà po'o, cioè con tre soli fonemi, anche se in scrittura si scriverà regolarmente “poco”. Nel verbalizzarla avrà seguito la pronuncia, comune al fiorentino parlato, che tende ad aspirare fortemente la c in alcune posizioni o ad eliderla.
Le parole sono dunque unione di suoni prima che di lettere.
Se facciamo più caso ci accorgiamo che parliamo velocemente, infatti basta ascoltare le persone attorno a noi per rendercene conto, quasi che il tempo imprimesse il suo ritmo frenetico non solo alle nostre azioni, ma anche alle nostre parole che invece avrebbero bisogno di vivere una loro dimensione esatta. Oltretutto velocizzare non significa mangiarsi le parole: pensiamo per un momento al teatro comico che necessita di un ritmo brillante e serrato a cui gli attori si devono adeguare, ma non a scapito della buona dizione.
Aldilà delle caratteristiche proprie dei parlanti di ogni regione, possiamo spesso osservare alcune peculiarità anche in chi parla un corretto italiano. Prendiamo qualche esempio:
- la presenza di aggiunte inutili in forme come: c'ho, c'hai, c'ha, invece di ho, hai, ha e via dicendo, col verbo avere;
- la non osservanza del rafforzamento sintattico per cui non si dirà “ho detto”, ma “ho ddetto”, non “ho fatto” ma “ho ffatto”;
- la sostituzione della consonante n al posto della m davanti alle consonanti b e p, per cui si sente dire (e si vede scritto anche) “inbottito” anziché “imbottito”, oppure “inpari” invece di “impari” (senza voler contare che solo in dizione “un pino” diventa correttamente “uɱ pino”);
- la sostituzione della consonante z al posto della s in parole come: insomma, forse, polso, che diventano errando, inzomma, forze, polzo;
- la mancata pronuncia della i in parole come “suindicato” che diventa “su'ndicato”o della u per cui si sente dire: “ho visto 'na cosa”;
- la perdita della r per cui “proprio” diventa “prop'io”, “dargli” diventa “da'gli;
Questi sono solo cenni pratici sul significato di dizione che suggerisce parole fatte soltanto dell'unicità dei loro singoli suoni e disegnate perciò a tutto tondo senza aggiunte o sottrazioni, (possibili in altre lingue) cosicché ognuna possa comporsi all'interno del discorso secondo una chiara e logica stesura.











