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La dizione non è un'opinione

VOCI IN VETRINA

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ARTICOLO

Qualunque professionista che lavori con la voce, prima o poi dovrà fare i conti con una disciplina tanto affascinante quanto noiosa e seccante per molti dei nostri lettori: la dizione. Ma scopriamone di più! 

Ti piace la voce di questo podcast? Contatta lo speaker Mirko Ferramola
  

Io per primo non posso certo contraddirvi se consideriamo che questa branca della grammatica possa essere paragonata alla matematica, materia che a volte può risultare pesante, proprio perché spesso ci sono alcune regole tecniche cui bisogna tenere conto e applicare con estrema precisione. Ma è altrettanto vero che come tutte le discipline, esse vanno sapute insegnare e un bravo maestro deve essere in grado di farla amare anche nei suoi lati più spigolosi.

Come sappiamo l’italiano è una delle lingue romanze più belle al mondo, quindi perché non esaltarla al meglio dal momento che speaker e doppiatori hanno il privilegio di poterlo fare. Anzitutto bisogna spendere due parole sulla storia della dizione. E’ consuetudine affermare che la codifica ufficiale della nostra lingua risalga al Trecento con Dante Alighieri, che col suo volgare fiorentino ha dettato le prime “leggi” che oggi applichiamo durante la lettura delle parole. In verità il padre dei padri è stato un certo Jacopone da Todi. Della stessa epoca del Dante, questo personaggio è considerato uno dei più importanti poeti del medioevo nonché uno dei maggiori esponenti delle letteratura italiana. Con le sue opere è stato il primo che ha iniziato a tessere un codice universale della lingua italiana dettando altresì le prime regole sugli accenti e sulla fonetica così come la conosciamo oggi. Se noi leggessimo in metrica uno dei suoi poemi ne verrebbe fuori un vero e proprio concerto musicale di una bellezza sopraffine.



Ed è grazie a questi letterati che possiamo apprezzare il lato più bello della dizione. Quello che al primo approccio può sembrare pesante per qualsiasi persona che si accinga a questa materia, non solo può rivelarsi prezioso ma oltretutto può rivelarsi utile anche per la voce; andando a scoprire infatti alcuni “trucchetti” del mestiere si è in grado di capire come sfruttare al meglio il suono e dove appoggiarlo. La dizione non è solo accento acuto o accento grave, vocali aperte o vocali chiuse. Non è soltanto “s” sonora o "s" sorda. E’ un mezzo che esalta la nostra lettura, è l’articolazione giusta delle consonanti che serve a far scivolare la voce lungo intere frasi che, aldilà del loro contenuto, possono diventare una vera e propria arma a nostro favore. All’inizio si instaura sempre un rapporto di amore e odio verso la dizione e chi ce la insegna, in particolare per chi è “affetto” dai dialetti più intricati come quelli meridionali e isolani. Ma bisogna sempre tenere ben salda nella testa la missione per la quale siamo stati chiamati e che amo ripetere sempre ormai in queste mie dispense; noi siamo sull’avamposto della lingua, siamo i suoi custodi. E siamo gli ambasciatori dell’arte della parola.

Articolo a cura di Mirko Ferramola

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La dizione non è un'opinione

Qualunque professionista che lavori con la voce, prima o poi dovrà fare i conti con una disciplina tanto affascinante quanto noiosa e seccante per molti dei nostri lettori: la dizione. Ma scopriamone di più! 

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Io per primo non posso certo contraddirvi se consideriamo che questa branca della grammatica possa essere paragonata alla matematica, materia che a volte può risultare pesante, proprio perché spesso ci sono alcune regole tecniche cui bisogna tenere conto e applicare con estrema precisione. Ma è altrettanto vero che come tutte le discipline, esse vanno sapute insegnare e un bravo maestro deve essere in grado di farla amare anche nei suoi lati più spigolosi.

Come sappiamo l’italiano è una delle lingue romanze più belle al mondo, quindi perché non esaltarla al meglio dal momento che speaker e doppiatori hanno il privilegio di poterlo fare. Anzitutto bisogna spendere due parole sulla storia della dizione. E’ consuetudine affermare che la codifica ufficiale della nostra lingua risalga al Trecento con Dante Alighieri, che col suo volgare fiorentino ha dettato le prime “leggi” che oggi applichiamo durante la lettura delle parole. In verità il padre dei padri è stato un certo Jacopone da Todi. Della stessa epoca del Dante, questo personaggio è considerato uno dei più importanti poeti del medioevo nonché uno dei maggiori esponenti delle letteratura italiana. Con le sue opere è stato il primo che ha iniziato a tessere un codice universale della lingua italiana dettando altresì le prime regole sugli accenti e sulla fonetica così come la conosciamo oggi. Se noi leggessimo in metrica uno dei suoi poemi ne verrebbe fuori un vero e proprio concerto musicale di una bellezza sopraffine.



Ed è grazie a questi letterati che possiamo apprezzare il lato più bello della dizione. Quello che al primo approccio può sembrare pesante per qualsiasi persona che si accinga a questa materia, non solo può rivelarsi prezioso ma oltretutto può rivelarsi utile anche per la voce; andando a scoprire infatti alcuni “trucchetti” del mestiere si è in grado di capire come sfruttare al meglio il suono e dove appoggiarlo. La dizione non è solo accento acuto o accento grave, vocali aperte o vocali chiuse. Non è soltanto “s” sonora o "s" sorda. E’ un mezzo che esalta la nostra lettura, è l’articolazione giusta delle consonanti che serve a far scivolare la voce lungo intere frasi che, aldilà del loro contenuto, possono diventare una vera e propria arma a nostro favore. All’inizio si instaura sempre un rapporto di amore e odio verso la dizione e chi ce la insegna, in particolare per chi è “affetto” dai dialetti più intricati come quelli meridionali e isolani. Ma bisogna sempre tenere ben salda nella testa la missione per la quale siamo stati chiamati e che amo ripetere sempre ormai in queste mie dispense; noi siamo sull’avamposto della lingua, siamo i suoi custodi. E siamo gli ambasciatori dell’arte della parola.

Articolo a cura di Mirko Ferramola

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