"Solo cose belle": Giorgio Borghetti su VOCI.fm
ARTICOLO
Attore e doppiatore: dal 9 maggio Giorgio Borghetti è al cinema nelle vesti di sindaco in “Solo cose belle”, un gran bel film ispirato all'opera di Don Oreste Benzi e alla sua Comunità “Papa Giovanni XXIII”, diretto da Kristian Gianfreda che da anni racconta la diversità attraverso l’audiovisivo. Tra i suoi ultimi doppiaggi quello di Jack ne “Il ritorno di Mary Poppins” della Disney, tra i suoi primi il piccolo Elliott di “E.T.” interpretato da Henry Thomas. Mentre come direttore di doppiaggio vanta tutte le stagioni di “American Horror Story”. Patrizia Simonetti lo ha videointervistato per VOCI.fm
Intervista realizzata da Patrizia Simonetti
Per VOCI.fm Giorgio Borghetti, in “Solo cose belle”. Sei un sindaco in questo film, all'inizio non proprio simpatico; raccontaci del tuo personaggio e soprattutto di questo film delicato, quasi poetico, che tutti dovrebbero vedere!
Grazie, grazie per le cose bellissime che hai detto del film, ed è proprio vero che dovrebbero vederlo tutti; questo film è sostenuto dalla comunità di Papa Giovanni XXIII e le persone della comunità conoscono bene la realtà delle case famiglia, ma tutti devono vederlo per capire cosa succede in una casa famiglia, che cos'è stata l'opera di Don Oreste Benzi, e che cos'è tuttora e sarà la sua opera. Il mio personaggio all'inizio rischiava di essere veramente insopportabile, quindi abbiamo cercato di farlo vedere in una chiave diversa, come una “simpatica canaglia”: fa il figo con i propri concittadini e avversari politici, però a casa non sa fare nulla senza sua moglie. Abbiamo cercato di dargli una certa rotondità, renderlo un personaggio a 360 gradi, altrimenti avrebbe rischiato di essere non scritto ma interpretato con l'accetta; penso che ci siamo riusciti perché alla fine c'è tutto un processo che io definisco catartico, senza svelare quello che succede nel film, lui è un personaggio completo e sono felice di averlo fatto.
Meglio fare l'attore o il doppiatore? Cosa ti dà più soddisfazione?
Mi piace fare il “doppiattore”, così come sono uno “sciattore” e un “calciattore”; guarda, è bellissima questa domanda perché all'inizio della mia carriera come attore il doppiaggio non era presente nel mio curriculum, il doppiatore viene visto un po' come ghettizzato; non è vero che tutti possono fare tutto, questo è certo, ritengo però che il mestiere dell'attore sia una torta in cui ci sono tante fette: quella del doppiaggio, della radio, del teatro, del cinema, della televisione, del canto, dei musical... Io cerco di farli tutti, mangiando una fetta per volta e sperando di riuscirci, anche se il primo amore non si scorda mai. Torno sempre con grandissima gioia nelle sale di doppiaggio, sempre con nuova linfa.
Che cosa ti affascina di più del doppiaggio?
Una delle cose che mi affascina è il mio limite. Questo inverno sono usciti due film in cui io ho doppiato: uno è “Il ritorno di Mary Poppins”, dove cantavo anche, e l'altro è “Cold War”; delle persone a me vicine, che però non mi frequentavano perché ero in tournée con la Pivetti in “Viktor und Viktoria”, non mi avevano riconosciuto in nessuno dei due film. Questo per me è un grande onore e privilegio, perché significa che la mia voce si incollava completamente al personaggio, ma dall'altra parte è anche un limite perché la voce di un doppiatore dovrebbe essere immediatamente riconoscibile. Io penso che sia un valore aggiunto e mi piace prestare la mia voce e la mia anima a un altro, però lasciando l'altro lì.
Che personaggi hai interpretato, in questi film?
Ne “Il ritorno di Mary Poppins” ho doppiato il lampionaio Jack, e in “Cold War”, la storia di un amore impossibile, facevo l'amante.
Senti, ma tu sei stato il doppiatore di Elliot, quel bimbetto che ha conosciuto E.T.? Avevi la stessa età dell'attore!
Sì, e la stessa età di mio figlio ora! Non mi pare neanche vero che a quell'età si potesse fare il lavoro che ho fatto io; è stato il mio ingresso nel magico mondo dello spettacolo, sono entrato dalla porta principale perché quel film ha fatto la storia della cinematografia.
Hai iniziato davvero molto giovane, undici anni!
Dieci anni! Addirittura avevo iniziato prima con il brusio di “Radici”, il film con Kunta Kinte, poi a parlare di razzismo sono passati quarant'anni ma purtroppo non è cambiato nulla.
Sono cerchi che si aprono e non si chiudono mai. A proposito di doppiaggio, tu hai doppiato anche molti attori bellissimi, come Patrick Dempsey, ma ne cito anche un altro: Puffo Vanitoso!
Sì, per lui facevo un'inflessione francese, poi ho doppiato persino un cavallo, ho doppiato Spirit! Per quanto riguarda Dempsey sì, l'ho doppiato un paio di volte, ma non sono la sua voce ufficiale; sono sempre rispettoso nei confronti dei miei colleghi, perché quando c'è un provino – anche quando lavoro come attore – io dico sempre a un mio collega di andare, perché tanto se va bene la sua faccia non può andar bene la mia, e lo stesso con la voce: un'occasione è giusta per quella voce, e un'altra magari lo è per la mia.
Come si fa a diventare invece direttore di doppiaggio? Abbiamo visto che tu sei stato direttore di doppiaggio di tutte le stagioni di “American Horror Story”.
Infatti; forse una delle serie più belle, otto stagioni in cui hanno fatto tutte cose diverse, con due attori principali che hanno ricoperto otto ruoli differenti, e infatti è una serie che non ha mai vinto un premio, e questo ti fa capire come le cose belle non sempre vengano premiate, perché magari ci sono giochi di potere e conoscenze; io non conosco nessuno ma conosco la mia professione, che faccio da quando ero bambino, e conosco la passione che ci metto e che cerco di trasmettere ai ragazzi ai quali non vado a insegnare – anzi, adesso devo scappare, ho un workshop – bensì a farli concentrare sull'emozione. Questo mestiere senza emozione non si può fare, anche se certo lo si fa pure nelle stanze dei bottoni, che io non conosco.
Quindi molto velocemente: direttore di doppiaggio, che cosa vuol dire?
Hai ragione, mi ero perso la domanda per strada! Il direttore di doppiaggio è come il direttore d'orchestra, significa mettersi al servizio ed essere un po' psicanalisti, perché al leggio succedono cose stranissime; significa mettersi in ascolto dell'altro e saper fare un passo indietro se un attore propone qualcosa di diverso dalla tua linea di pensiero, se il risultato è quello che il doppiatore vive nel profondo. Ti cito questo perché io doppiavo Claudio in “Molto rumore per nulla” di Kenneth Branagh, quando lui va a piangere sull'epitaffio della dolce Ero, il direttore di doppiaggio allora era Tonino Accolla; io ho interpretato questa scena piangendo realmente, non avevo ancora iniziato a fare l'attore ma evidentemente c'era qualche base di talento. Tonino disse “bene Giorgio, così va bene però vengo di là e ti dico”, io mi sono girato – una maschera di lacrime – e lui “va benissimo come l'hai fatta tu, io l'avevo pensata in modo diverso ma se tu l'hai vissuta cos' arrivederci e grazie”, quindi buona la prima. Un saluto agli amici di VOCI.fm, ciao!
Giorgio Borghetti, nato a Roma nel 1971, è un attore, doppiatore e direttore del doppiaggio italiano. Nella sua carriera di doppiatore spiccano titoli importanti come “E.T. L'extra-terrestre”, “Taron e la pentola magica”, “L'attimo fuggente”, e “Molto rumore per nulla”. Ha prestato voce ad attori come Chris O'Donnell (“Batman Forever”, “Batman & Robin”), Wes Bentley (“Hunger Games”, “Interstellar”, “Mission: Impossible – Fallout”), e Luke Evans (“Immortals”, “Lo Hobbit - La desolazione di Smaug”, “Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate”). Dal febbraio 2015 ha preso parte come concorrente alla terza edizione di “Notti sul ghiaccio”, in onda in prima serata su Rai 1, approdando in semifinale.
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Attore e doppiatore: dal 9 maggio Giorgio Borghetti è al cinema nelle vesti di sindaco in “Solo cose belle”, un gran bel film ispirato all'opera di Don Oreste Benzi e alla sua Comunità “Papa Giovanni XXIII”, diretto da Kristian Gianfreda che da anni racconta la diversità attraverso l’audiovisivo. Tra i suoi ultimi doppiaggi quello di Jack ne “Il ritorno di Mary Poppins” della Disney, tra i suoi primi il piccolo Elliott di “E.T.” interpretato da Henry Thomas. Mentre come direttore di doppiaggio vanta tutte le stagioni di “American Horror Story”. Patrizia Simonetti lo ha videointervistato per VOCI.fm
Intervista realizzata da Patrizia Simonetti
Per VOCI.fm Giorgio Borghetti, in “Solo cose belle”. Sei un sindaco in questo film, all'inizio non proprio simpatico; raccontaci del tuo personaggio e soprattutto di questo film delicato, quasi poetico, che tutti dovrebbero vedere!
Grazie, grazie per le cose bellissime che hai detto del film, ed è proprio vero che dovrebbero vederlo tutti; questo film è sostenuto dalla comunità di Papa Giovanni XXIII e le persone della comunità conoscono bene la realtà delle case famiglia, ma tutti devono vederlo per capire cosa succede in una casa famiglia, che cos'è stata l'opera di Don Oreste Benzi, e che cos'è tuttora e sarà la sua opera. Il mio personaggio all'inizio rischiava di essere veramente insopportabile, quindi abbiamo cercato di farlo vedere in una chiave diversa, come una “simpatica canaglia”: fa il figo con i propri concittadini e avversari politici, però a casa non sa fare nulla senza sua moglie. Abbiamo cercato di dargli una certa rotondità, renderlo un personaggio a 360 gradi, altrimenti avrebbe rischiato di essere non scritto ma interpretato con l'accetta; penso che ci siamo riusciti perché alla fine c'è tutto un processo che io definisco catartico, senza svelare quello che succede nel film, lui è un personaggio completo e sono felice di averlo fatto.
Meglio fare l'attore o il doppiatore? Cosa ti dà più soddisfazione?
Mi piace fare il “doppiattore”, così come sono uno “sciattore” e un “calciattore”; guarda, è bellissima questa domanda perché all'inizio della mia carriera come attore il doppiaggio non era presente nel mio curriculum, il doppiatore viene visto un po' come ghettizzato; non è vero che tutti possono fare tutto, questo è certo, ritengo però che il mestiere dell'attore sia una torta in cui ci sono tante fette: quella del doppiaggio, della radio, del teatro, del cinema, della televisione, del canto, dei musical... Io cerco di farli tutti, mangiando una fetta per volta e sperando di riuscirci, anche se il primo amore non si scorda mai. Torno sempre con grandissima gioia nelle sale di doppiaggio, sempre con nuova linfa.
Che cosa ti affascina di più del doppiaggio?
Una delle cose che mi affascina è il mio limite. Questo inverno sono usciti due film in cui io ho doppiato: uno è “Il ritorno di Mary Poppins”, dove cantavo anche, e l'altro è “Cold War”; delle persone a me vicine, che però non mi frequentavano perché ero in tournée con la Pivetti in “Viktor und Viktoria”, non mi avevano riconosciuto in nessuno dei due film. Questo per me è un grande onore e privilegio, perché significa che la mia voce si incollava completamente al personaggio, ma dall'altra parte è anche un limite perché la voce di un doppiatore dovrebbe essere immediatamente riconoscibile. Io penso che sia un valore aggiunto e mi piace prestare la mia voce e la mia anima a un altro, però lasciando l'altro lì.
Che personaggi hai interpretato, in questi film?
Ne “Il ritorno di Mary Poppins” ho doppiato il lampionaio Jack, e in “Cold War”, la storia di un amore impossibile, facevo l'amante.
Senti, ma tu sei stato il doppiatore di Elliot, quel bimbetto che ha conosciuto E.T.? Avevi la stessa età dell'attore!
Sì, e la stessa età di mio figlio ora! Non mi pare neanche vero che a quell'età si potesse fare il lavoro che ho fatto io; è stato il mio ingresso nel magico mondo dello spettacolo, sono entrato dalla porta principale perché quel film ha fatto la storia della cinematografia.
Hai iniziato davvero molto giovane, undici anni!
Dieci anni! Addirittura avevo iniziato prima con il brusio di “Radici”, il film con Kunta Kinte, poi a parlare di razzismo sono passati quarant'anni ma purtroppo non è cambiato nulla.
Sono cerchi che si aprono e non si chiudono mai. A proposito di doppiaggio, tu hai doppiato anche molti attori bellissimi, come Patrick Dempsey, ma ne cito anche un altro: Puffo Vanitoso!
Sì, per lui facevo un'inflessione francese, poi ho doppiato persino un cavallo, ho doppiato Spirit! Per quanto riguarda Dempsey sì, l'ho doppiato un paio di volte, ma non sono la sua voce ufficiale; sono sempre rispettoso nei confronti dei miei colleghi, perché quando c'è un provino – anche quando lavoro come attore – io dico sempre a un mio collega di andare, perché tanto se va bene la sua faccia non può andar bene la mia, e lo stesso con la voce: un'occasione è giusta per quella voce, e un'altra magari lo è per la mia.
Come si fa a diventare invece direttore di doppiaggio? Abbiamo visto che tu sei stato direttore di doppiaggio di tutte le stagioni di “American Horror Story”.
Infatti; forse una delle serie più belle, otto stagioni in cui hanno fatto tutte cose diverse, con due attori principali che hanno ricoperto otto ruoli differenti, e infatti è una serie che non ha mai vinto un premio, e questo ti fa capire come le cose belle non sempre vengano premiate, perché magari ci sono giochi di potere e conoscenze; io non conosco nessuno ma conosco la mia professione, che faccio da quando ero bambino, e conosco la passione che ci metto e che cerco di trasmettere ai ragazzi ai quali non vado a insegnare – anzi, adesso devo scappare, ho un workshop – bensì a farli concentrare sull'emozione. Questo mestiere senza emozione non si può fare, anche se certo lo si fa pure nelle stanze dei bottoni, che io non conosco.
Quindi molto velocemente: direttore di doppiaggio, che cosa vuol dire?
Hai ragione, mi ero perso la domanda per strada! Il direttore di doppiaggio è come il direttore d'orchestra, significa mettersi al servizio ed essere un po' psicanalisti, perché al leggio succedono cose stranissime; significa mettersi in ascolto dell'altro e saper fare un passo indietro se un attore propone qualcosa di diverso dalla tua linea di pensiero, se il risultato è quello che il doppiatore vive nel profondo. Ti cito questo perché io doppiavo Claudio in “Molto rumore per nulla” di Kenneth Branagh, quando lui va a piangere sull'epitaffio della dolce Ero, il direttore di doppiaggio allora era Tonino Accolla; io ho interpretato questa scena piangendo realmente, non avevo ancora iniziato a fare l'attore ma evidentemente c'era qualche base di talento. Tonino disse “bene Giorgio, così va bene però vengo di là e ti dico”, io mi sono girato – una maschera di lacrime – e lui “va benissimo come l'hai fatta tu, io l'avevo pensata in modo diverso ma se tu l'hai vissuta cos' arrivederci e grazie”, quindi buona la prima. Un saluto agli amici di VOCI.fm, ciao!
Giorgio Borghetti, nato a Roma nel 1971, è un attore, doppiatore e direttore del doppiaggio italiano. Nella sua carriera di doppiatore spiccano titoli importanti come “E.T. L'extra-terrestre”, “Taron e la pentola magica”, “L'attimo fuggente”, e “Molto rumore per nulla”. Ha prestato voce ad attori come Chris O'Donnell (“Batman Forever”, “Batman & Robin”), Wes Bentley (“Hunger Games”, “Interstellar”, “Mission: Impossible – Fallout”), e Luke Evans (“Immortals”, “Lo Hobbit - La desolazione di Smaug”, “Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate”). Dal febbraio 2015 ha preso parte come concorrente alla terza edizione di “Notti sul ghiaccio”, in onda in prima serata su Rai 1, approdando in semifinale.











